La prima lezione

Dal diario di Jacob Vandercom, allievo del venerando Maestro Akab.

Era la prima lezione del Grande Maestro, e io ero nervosissimo. Per tutto il giorno mi ero aggirato per la Scuola come un vascello in balia delle onde. Ancora non sapevo il motivo per cui la prima lezione si svolgesse di notte. Chiedendo spiegazioni agli Allievi più adulti, ricevevo come risposta una risatina furba e una pacca sulla spalla, la qual cosa non fece altro che aumentare a dismisura la mia tensione. Venne finalmente sera, e raggiunsi il Maestro nel Grande Giardino Centrale. C’era la luna piena, e il cielo offriva uno spettacolo di luci magnifico.

Un pò titubante, raggiunsi il venerando Akab, che stava in contemplazione in mezzo al giardino. Prima che potessi dire qualcosa, mi fulminò con poche parole.
“Sei un pò in ritardo, giovanotto. In questa scuola il tempo è di importanza vitale, e di conseg uenza anche la puntualità.”
Chinai leggermente la testa in segno di scusa, pur sapendo di essere giunto alla lezione con un leggero anticipo. Mi avevano avvertito che il Maestro era un pò severo con i nuovi Allievi, e io non facevo eccezione. Dopo un minuto di silenzio, riprese a parlare.
“Questa notte riceverai la prima lezione del tuo corso di studi. Sarà piuttosto semplice, e mi servirà per capire il tuo livello di preparazione.”
Non mi guardava mentre parlava, ma continuava a rimanere immobile con gli occhi chiusi.
“Cercherò di impegnarmi al massimo, Grande Maestro.”
Le mie parole risuonarono prive di convinzione, tanto ero nervoso, e credo che lui se ne avvide, perché sorrise leggermente. Poi, d’improvviso, aprì gli occhi, e mi guardò. Io non riuscii a reggere il suo sguardo, e abbassai la testa, degluttendo rumorosamente.
“Hai visto che stellata, questa notte?”
Non mi resi subito conto del significato della domanda, ma, quando rialzai la testa, il Maestro non guardava più me, ma il cielo. E il suo viso esprimeva una pace interiore e una serenità che potrei definire coinvolgenti.
“Si”, dissi, ” è davvero uno spettacolo magnifico.”
La Cupola che sovrastava il Grande Giardino Centrale era opera dei Quindici Saggi, ai quali si doveva la creazione della Scuola, agli albori della Nuova Civiltà. La presenza di questa formidabile opera architettonica fu ritenuta necessaria per isolare tutti gli edifici dall’atmosfera esterna del pianeta, che impediva l’esistenza stessa di qualunque forma di vita, e per difenderli dal possibile impatto sulla superficie di meteore provenienti dalle zone più remote dell’universo. Ma l’ingegnosità e l’inventiva dei Saggi rese la Cupola unica nel suo genere. Grazie infatti ad un complicatissimo gioco di specchi e lenti, si potevano vedere tutte le stelle, anche le più piccole e le più lontane, del settore del cielo che la rotazione del pianeta e l’assenza di nubi acide consentivano di ammirare. Vidi il Maestro muovere le labbra, come se stesse recitando a memoria formule e versi letti in chissà quali testi. Poi la sua espressione si indurì, e mi tornò a fissare.
“Sai dirmi qual’è il numero esatto delle stelle del firmamento?”
La domanda giunse inaspettata, e infatti non fui in grado di rispondere immediatamente.
“Direi svariati miliardi, Maestro”
La mia risposta non gli piacque, poiché mi fulminò con un’occhiataccia.
“Ti ho chiesto il numero esatto, figliolo.”
Cominciai a sudare, cosciente del suo sguardo fisso su di me. Mi appellai alle conoscenze astronomiche acquisite negli anni passati, ma ricordavo solo i nomi delle stelle, la forma delle costellazioni, le distanze con i pianeti, ma non quello che serviva.
“Allora?”, chiese con impazienza.
“Non conosco il numero esatto, Maestro.”
Di nuovo rivolsi lo sguardo a terra, mentre lo sconforto si impadroniva di me. Chissà perché, già mi immaginavo cacciato con disonore dalla Scuola. Ma le parole del vecchio Akab mi diedero speranza.
“Questo è normale. Nessuno tranne coloro che insegnano e studiano alla Scuola lo conosce. Poiché è la prima cosa che viene insegnata.”
Mi sfuggì un leggero sorriso di rilassamento dopo aver udito le sue parole. Che ingenuo! Ancora non sapevo.
“La prima lezione consiste proprio in questo: determinare il numero delle stelle dell’Universo. Prenditi pure tutto il tempo che ti occorre.”
Dopo aver detto ciò, il Maestro si alzò, e si incamminò verso l’uscita, senza nemmeno guardarmi. Mi resi conto di non sapere quale strumento dovessi usare per il conteggio, nè quali formule adoperare.
“Mi perdoni, Grande Maestro. Cosa posso utilizzare per determinare questo numero?”
Si fermò, e lentamente si girò. Notai immediatamente l’espressione del suo volto, quella di una persona estremamente sorpresa delle parole appena udite. Si rifece severo, fissandomi negli occhi.
“Conta, ragazzo mio. Alza gli occhi al cielo e mettiti a contare.”
Rimasi talmente sopreso dalle sue parole, che quasi non mi avvidi del fatto che se ne stesse andando, se non quando stava ormai per aprire la porta che conduceva al dormitorio.
“Venerando Maestro”, dissi, cercando invano di celare il nervosismo crescente in me, “per contare tutte le stelle dell’universo, contandole una ad una, potrebbero volerci anni, forse decenni!”
Fu allora che rividi la risatina furba sul viso del vecchio, la stessa degli Allievi Anziani durante il giorno.
“Vorrà dire, giovanotto, che la tua permanenza alla Scuola durerà più di quanto avessi previsto.”
Rimasi immobile, con la bocca aperta e un’espressione idiota sul viso. Non potevo credere a quello che avevo sentito. E, ancora non sò perché ne dove trovai il coraggio, quando ormai aveva spalancato la porta, gli chiesi: “Lei quanto tempo ci ha messo a contarle tutte?”. Non si voltò verso di me, ma lo vidi alzare la testa verso il cielo per qualche secondo.
“Meglio se cominci subito. E mi raccomando: non avere fretta.”
Chiuse la porta dietro di sè, lasciandomi solo. Di colpo, tutta la tensione accumulata fu sostituita da un profondo scoramento. Mi sedetti a terra, o forse dovrei dire che le gambe non mi ressero. Una leggera brezza spirava tra i millenari alberi del Giardino, facendone cadere a terra alcune foglie. Mi guardai intorno, per essere sicuro che non ci fosse nessuno, e all’improvviso cominciai a piangere. Fu un pianto lieve, tranquillizzante. Dopo qualche minuto, le lacrime smisero di bagnarmi le guance. Mi asciugai il viso con le maniche della veste. Chiusi gli occhi e tirai un profondo respiro. Poi, lentamente, rivolsi lo sguardo al cielo, e cominciai a contare.

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